giovedì, settembre 09, 2010

Aspettando il giorno del riscatto...


Seppure offuscato dalla scena tragicomica di un governo che vorrebbe “cadere” ma non sa come fare, il nostro paese è attraversato da un dibattito molto interessante, reso eclatante dalle recenti scelte della Fiat.
A prima vista il discorso sembra essere tra modernisti e immobilisti, chi vuole cambiare le regole dei rapporti industriali e chi vuole conservare tutto com’è. Basta dare un’occhiata ai titoli altisonanti degli articoli sul tema per capire l’alto tasso ideologico con cui si sta affrontando la questione: “Il fumogeno non coprirà il coraggio dei riformisti” (Il sole 24 ore del 9 settembre 2010); “La partita del futuro” (Il messaggero dell’8 settembre 2010). Chi è per il cambiamento dice che l’Italia può essere competitiva solo abbandonando i contratti nazionali a favore di quelli stipulati localmente; chi è contrario denuncia l’erosione costante dei diritti dei lavoratori che questo cambiamento comporterebbe .
La discussione si sta giocando tutta sul binomio innovazione/immobilismo (e sottotraccia si respira che la destra è per l’innovazione e la sinistra per l’immobilismo). Scrive Oscar Giannino sul Messaggero di ieri (08/09/2010): “Se vincerà il futuro sul passato, Pomigliano diventerà il simbolo nazionale di un riscatto coraggioso”.
Ma in cosa consisterebbe tale riscatto? Nello scambio Produttività/Salario, cioè più si lavora efficacemente “utilizzando al meglio gli impianti, i turni, gli orari”, più viene detassato il salario dei lavoratori. Come si vede l’ obiettivo è quello di abbassare il costo del lavoro in Italia, perché solo così “nel mondo globalizzato, possiamo continuare a restare la quinta potenza industriale mondiale difendendo i posti di lavoro”.
In sostanza qual è la grande sfida del futuro, la rivoluzione necessaria per la competitività italiana? Abbassare il costo del lavoro per renderlo sempre più simile a quello della Romania, della Polonia e di tutti quei paesi dove le nostre aziende hanno deciso in questi anni di delocalizzare.
Ora, io posso essere d’accordo che la competizione mondiale stia cambiando le regole e che imponga dei sacrifici, ma è possibile far passare tutto ciò come un elemento di riscatto? E perchè dovrei sentirmi riscattato dall’avere condizioni di vita simili a quelle di un operaio cinese?
Ma poi, perché mai l’unico modo per aumentare la produttività italiana è quello di abbassare il costo del lavoro? Come scrive Luciano Gallino sulla repubblica di ieri (che è sempre l’08/09/2010)“Per competere con tali paesi (India, Cina, Messico, Vietnam, Filippine e indonesia) bisognerebbe produrre beni e servizi che loro non sono in grado di produrre, o perché sono altamente innovativi o perchè sono destinati al nostro mercato interno”.
L’Italia è veramente ad un bivio: puntare sull’innovazione continua dei suoi prodotti o competere con la Cina sul costo del lavoro. Questa è la vera scelta tra innovazione e conservazione (al ribasso), futuro e passato.
Il dramma è che, guidati da questa destra, stiamo scegliendo di rimanere immobili avendo l’illusione di promuove un grande “riscatto” nazionale!

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